Robinson Crusoe, naufragare per rinascere: l’isola come laboratorio dell’uomo moderno

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Nell’isola di Crusoe, sopravvivenza, civiltà e fede si intrecciano: il naufragio diventa laboratorio di trasformazione materiale e spirituale.

Il naufragio di Robinson Crusoe non racconta soltanto la sopravvivenza. Nell’isolamento dell’isola, Defoe mette alla prova civiltà, identità e fede, trasformando la catastrofe in un ambiguo esperimento di ricostruzione materiale, dominio e rinascita spirituale.

Indice

  1. Dopo il naufragio: ricostruire la civiltà da zero
  2. L’uomo che diventa molti uomini
  3. La seconda salvezza: dalla sopravvivenza alla conversione

1. Dopo il naufragio: ricostruire la civiltà da zero

Che cosa resta della civiltà quando la società scompare? È forse questa, più ancora dell’avventura, la domanda che continua a rendere Robinson Crusoe sorprendentemente moderno. Nel capitolo Culture and Spiritual Rebirth in Defoe’s Robinson Crusoe, contenuto nel volume Shipwrecked, James V. Morrison interpreta il romanzo di Daniel Defoe come la storia di una duplice ricostruzione: quella della civiltà materiale e quella dell’individuo chiamato, dopo la catastrofe, a reinventare la propria esistenza (Morrison, 2014, pp. 101–102). Il naufragio, dunque, non costituisce semplicemente un espediente narrativo, né soltanto l’inizio di un’avventura; diventa una sorta di esperimento antropologico. Defoe sottrae al protagonista la società, gli altri uomini, le consuetudini della vita quotidiana, e lo colloca in uno spazio nel quale quasi tutto deve essere nuovamente conquistato. Quasi tutto, appunto. Perché Crusoe non arriva sull’isola davvero a mani vuote.

Quando raggiunge la riva, dopo essere stato trascinato dalle onde e aver rischiato ripetutamente di morire, Crusoe è l’unico superstite. Non dispone inizialmente di cibo, riparo o protezione; la sua prima notte viene trascorsa su un albero, nel timore degli animali selvatici. Ma il relitto della nave rimane raggiungibile e, nelle settimane successive, il protagonista recupera viveri, vestiti, armi, polvere da sparo, strumenti e materiali. Una cassa contenente gli attrezzi di un carpentiere gli appare, in quel momento, più preziosa di un intero carico d’oro (Morrison, 2014, pp. 102–104). La scena racchiude già una parte essenziale del problema. Il denaro, simbolo di valore nel mondo sociale, sull’isola può diventare inutile; un martello, una sega, un utensile possono invece significare sopravvivenza. Il naufragio rovescia la gerarchia delle cose.

Comincia così quella che Morrison definisce una ricapitolazione dello sviluppo culturale umano. Crusoe caccia, costruisce utensili, coltiva orzo e riso, addomestica capre; impara a produrre latte, burro e formaggio, realizza recipienti, confeziona abiti con pelli animali, costruisce ripari, fortificazioni e imbarcazioni. Persino ottenere del pane si trasforma in un’impresa complessa: occorre coltivare il grano, raccoglierlo, lavorarlo, macinarlo e trovare il modo di cuocerlo. Ciò che nella società moderna è reso quasi invisibile dalla divisione del lavoro ritorna improvvisamente visibile, perché un solo uomo deve concentrare in sé mestieri, conoscenze e competenze normalmente distribuiti tra molte persone (Morrison, 2014, pp. 107–110). Non sa fare tutto; impara. Non riesce sempre; riprova. Non possiede gli strumenti necessari; li sostituisce, li reinventa, li adatta.

Qui, tuttavia, emerge una contraddizione fondamentale. Sarebbe facile trasformare Crusoe nell’eroe assoluto dell’autosufficienza, nell’individuo capace di ricominciare dal nulla grazie all’intelligenza e al lavoro. Ma non è esattamente ciò che accade. Morrison sottolinea come il protagonista stesso riconosca la propria dipendenza dagli oggetti recuperati dalla nave: senza utensili, armi e materiali avrebbe rischiato di vivere in condizioni radicalmente differenti (Morrison, 2014, pp. 109–110). E non ci sono soltanto gli oggetti. Crusoe porta sull’isola ricordi, tecniche, categorie, modelli appresi in Inghilterra. Quando fabbrica cesti recupera ciò che aveva osservato da ragazzo; quando costruisce, cerca forme che conosce già; quando organizza lo spazio, riproduce ambienti e funzioni della casa europea (Morrison, 2014, pp. 111–113). L’uomo apparentemente solo, quindi, non è mai completamente solo: dentro di lui sopravvive la società da cui proviene. L’isola non dimostra che la civiltà può essere cancellata e ricreata da zero; dimostra qualcosa di più sottile, e forse più interessante: quanto profondamente la cultura continui ad abitare un individuo anche quando la comunità che l’ha prodotta non è più presente.

2. L’uomo che diventa molti uomini

Mentre Crusoe trasforma l’isola, però, l’isola trasforma Crusoe. Prima del naufragio era stato figlio, viaggiatore, marinaio, mercante, schiavo e piantatore; dopo la catastrofe deve assumere una quantità sorprendente di nuovi ruoli. Diventa cacciatore, agricoltore, allevatore, carpentiere, sarto, costruttore navale, cronista. Morrison individua proprio nella moltiplicazione delle identità una delle conseguenze fondamentali del naufragio: la necessità costringe Crusoe a diventare ciò che prima non era, ad acquisire competenze che non possedeva, a ridefinire continuamente il rapporto fra individuo e ambiente (Morrison, 2014, pp. 113–117). Il naufragio sottrae un mondo, ma proprio per questo produce una pluralità di nuovi possibili sé.

Persino il bisogno di società, apparentemente cancellato dall’isolamento, ricompare sotto forme inattese. Crusoe insegna al pappagallo Poll a pronunciare il proprio nome; considera il cane, i gatti e le capre come componenti della sua piccola famiglia; durante i pasti arriva ironicamente a rappresentarsi come principe e signore dei suoi singolari sudditi (Morrison, 2014, pp. 110–112). Intanto addomestica anche lo spazio. Il rifugio diventa una casa, la fortificazione un castello; compaiono una cucina, una sala da pranzo, una cantina. I nomi non sono innocenti. Chiamare qualcosa “casa” significa inserirla in una struttura culturale conosciuta; significa sovrapporre all’isola reale una mappa mentale proveniente dall’Europa. Crusoe non può tornare in Inghilterra, così comincia, frammento dopo frammento, a costruire un’Inghilterra intorno a sé.

Poi, dopo diciotto anni di solitudine, compare un segno minimo: l’impronta di un piede nudo sulla sabbia. È uno dei grandi rovesciamenti psicologici del romanzo. L’uomo che sembrava avere conquistato e ordinato il proprio spazio viene improvvisamente dominato dalla paura; corre verso la sua fortificazione e arriva a scambiare alberi e cespugli per presenze umane (Morrison, 2014, p. 104). Una sola impronta è sufficiente a dimostrare che l’isola non gli appartiene nel modo assoluto che aveva immaginato. La solitudine era terribile; la presenza dell’altro, paradossalmente, può esserlo ancora di più.

Con Venerdì la situazione cambia nuovamente. Crusoe lo salva dalla morte e instaura con lui una relazione che restituisce alla vita insulare linguaggio, comunicazione e compagnia, ma anche una precisa gerarchia. Gli insegna l’inglese, lo veste secondo modelli europei e lo istruisce nel cristianesimo. Successivamente, con l’arrivo di altri uomini, Crusoe può rappresentarsi come signore, sovrano e legislatore del proprio piccolo dominio (Morrison, 2014, pp. 113–116). Ed è qui che la ricostruzione della civiltà rivela il suo lato più ambiguo. Il romanzo si colloca sullo sfondo storico della colonizzazione europea del Nuovo Mondo, elemento che Morrison pone esplicitamente tra le coordinate necessarie per comprenderlo (Morrison, 2014, pp. 101–102).

La civiltà che Crusoe ricostruisce, infatti, non è astratta né universale: porta con sé categorie europee di proprietà, religione, gerarchia e dominio. Crusoe coltiva, recinta, nomina, organizza; ma anche governa. La sua capacità di trasformare il territorio costituisce la condizione della sopravvivenza e, contemporaneamente, la premessa dell’appropriazione. Non c’è dunque soltanto l’uomo razionale che piega una natura ostile attraverso lavoro e ingegno; c’è anche l’europeo che tende a tradurre uno spazio nuovo nelle categorie culturali del mondo da cui proviene. L’isola diventa laboratorio, casa, regno, possedimento. Ed è precisamente questa sovrapposizione a rendere la parabola di Crusoe meno rassicurante di quanto possa apparire: l’uomo ricostruisce la civiltà, ma insieme alla civiltà ricostruisce le sue gerarchie.

3. La seconda salvezza: dalla sopravvivenza alla conversione

Ma essere sopravvissuti significa davvero essere salvi? È su questa distinzione che Morrison costruisce una delle parti più significative della propria interpretazione. Il mare ha risparmiato il corpo di Crusoe; la trasformazione decisiva, tuttavia, deve ancora avvenire. Il protagonista riconosce progressivamente la propria precedente indifferenza religiosa e interpreta la disobbedienza al padre, il desiderio irrefrenabile di viaggiare e le decisioni che lo hanno condotto al disastro attraverso le categorie della colpa e della Provvidenza (Morrison, 2014, pp. 117–119). Il naufragio fisico, dunque, precede un secondo naufragio: quello delle certezze attraverso cui Crusoe aveva interpretato se stesso.

Il momento cruciale arriva circa otto mesi e mezzo dopo il disastro, durante una grave malattia. Febbre, debolezza e paura della morte culminano in un sogno nel quale una figura minacciosa gli annuncia che la mancata conversione lo condurrà alla morte. Al risveglio, la coscienza — rimasta, nelle parole del protagonista, troppo a lungo addormentata — comincia a destarsi. Crusoe prende la Bibbia, legge, prega; soprattutto, rilegge il proprio passato. Per la prima volta ritiene di pregare nel senso autentico del termine e comincia a sperare che Dio possa ascoltarlo (Morrison, 2014, pp. 118–120). Cambiano così non gli eventi accaduti, ormai irreversibili, ma il significato attribuito agli eventi.

È qui che assume particolare importanza la nozione di “captivity”, prigionia. In un primo momento la prigione è l’isola: il mare la circonda, la società è irraggiungibile, la libertà coincide con la possibilità di partire. Progressivamente, tuttavia, Crusoe scopre un’altra forma di cattività, interiore e spirituale. La liberazione dal peso della colpa può allora apparirgli più importante della liberazione dalla sofferenza materiale (Morrison, 2014, pp. 119–120). Il paesaggio non cambia; cambia colui che lo osserva. La stessa solitudine che prima significava esclusivamente abbandono può essere reinterpretata come occasione di riflessione, disciplina e vicinanza a Dio.

La trasformazione arriva a investire desideri, emozioni e criteri di felicità. Entro il secondo anno sull’isola Crusoe può immaginare che la propria condizione solitaria sia, sotto alcuni aspetti, preferibile alla vita precedente; ciò che gli procurava dolore o piacere non coincide più con ciò che desiderava prima del naufragio. Morrison parla per questo di una vera “spiritual rebirth”: alla reinvenzione materiale corrisponde una reinvenzione interiore (Morrison, 2014, pp. 120–121). E il diario svolge, in questo processo, una funzione tutt’altro che marginale. Scrivere permette a Crusoe di ordinare gli avvenimenti, distinguere ciò che considera positivo da ciò che considera negativo e contrastare la disperazione attraverso la riflessione (Morrison, 2014, pp. 122–123).

Si comprende allora perché il naufragio possa assumere, retrospettivamente, un significato paradossale. È catastrofe e possibilità; perdita e ricostruzione; isolamento e scoperta. Morrison mostra come Crusoe arrivi progressivamente a interpretare gli avvenimenti alla luce di una Provvidenza capace di dare ordine anche a ciò che inizialmente appariva soltanto come disgrazia (Morrison, 2014, pp. 121–122). Eppure proprio qui occorre conservare la tensione critica del romanzo: la rinascita spirituale non cancella le strutture di dominio che Crusoe ricostruisce intorno a sé, così come la sua ingegnosità non cancella il debito nei confronti della civiltà da cui proviene.

Forse è questa la ragione per cui Robinson Crusoe continua a funzionare come qualcosa di più di un racconto d’avventura. L’isola mette alla prova una domanda che riguarda l’identità stessa: quanto di noi sopravviverebbe se il nostro mondo scomparisse? La risposta suggerita dalla lettura di Morrison è tutt’altro che semplice. Crusoe porta con sé utensili e ricordi, religione e categorie sociali, capacità tecniche e modelli di potere; ricostruisce il mondo perduto e, ricostruendolo, finisce per ricostruire anche se stesso. Ma non ritorna semplicemente all’uomo che era. Il naufragio lo costringe a diventare artigiano e sovrano, narratore e credente, colonizzatore e sopravvissuto. L’isola, insomma, non cancella la civiltà. La rende visibile. E nel renderla visibile mostra quanto sia difficile separare ciò che l’uomo inventa da ciò che ha ereditato, ciò che conquista da ciò che riproduce, la salvezza dalla trasformazione.

Riferimenti bibliografici

Morrison, J.V. (2014) ‘Culture and Spiritual Rebirth in Defoe’s Robinson Crusoe’, in Shipwrecked: Disaster and Transformation in Homer, Shakespeare, Defoe, and the Modern World. Ann Arbor: University of Michigan Press, pp. 101–139.