Analizzando la biografia e le esperienze economico-sociali di Balzac, l’articolo esplora il nesso vitale tra esistenza personale e creazione artistica. La sua vita, costellata da ambizioni imprenditoriali, debiti e amori, si riflette nell’universo polifonico della Comédie humaine.
Indice
- Un’esistenza romanzesca: la vita di Balzac tra vocazione letteraria e visione sistemica
- Tra debiti e donne: il finanziamento dell’arte balzachiana
- L’imprenditore fallito, il collezionista compulsivo: Balzac e il lato economico della creatività
- Sistema e struttura: come la vita di Balzac si specchia nella Comédie humaine
1. Un’esistenza romanzesca: la vita di Balzac tra vocazione letteraria e visione sistemica
Chi era veramente Balzac? Un romanziere? Un imprenditore fallito? Un amante instabile? O, piuttosto, l’espressione vivente della sua stessa opera, un personaggio che abitava il proprio universo narrativo? Honoré de Balzac nacque a Tours nel 1799 e morì a Parigi nel 1850. Eppure, più che la linearità biografica, ciò che colpisce è la natura “romanzesca” della sua stessa esistenza. Come osserva Gelmini (2019), la sua “sparkling and puzzled existence is itself a novel”.
In effetti, Balzac rappresenta un caso unico di autore che non solo narra la realtà, ma la vive nella sua forma più contraddittoria: tra il desiderio di potere e l’insaziabile tensione verso l’assoluto artistico, tra l’ideale e la necessità, tra l’impulso creativo e il vincolo economico. Fin dall’inizio, il giovane Honoré mostrò inclinazione per gli studi letterari, ma fu costretto dalla famiglia a intraprendere la carriera legale. Solo nel 1819, rifiutando l’offerta del notaio Victor Passez di succedergli nello studio, dichiarò di voler diventare scrittore – una decisione che segnò una frattura definitiva con la sicurezza borghese (Gelmini, 2019).
Balzac si gettò così in un’impresa disperata: diventare un autore riconosciuto in una Parigi che ancora ignorava il suo nome. I primi scritti, pubblicati sotto pseudonimi come Lord R’Hoone (un anagramma di “Honoré”), non ebbero successo, ma permisero all’autore di imparare il mestiere narrativo nei suoi meccanismi più profondi. Al contempo, si avvicinò al giornalismo, alla critica teatrale e persino alla politica. Come nota Zweig, Balzac “non rifiutava mai un affare per orgoglio letterario” – se avesse avuto l’occasione, avrebbe potuto diventare “un banchiere o un trafficante di schiavi” (Zweig, 1920, cit. in Gelmini, 2019).
Il suo temperamento polimorfo – “uomo dai mille volti”, “architetto, mercante, usuraio, medico e poeta al tempo stesso” – si riflette in ogni pagina della Comédie humaine, la gigantesca impresa letteraria che comincia a concepire attorno al 1832. L’opera nasce come “Études des Mœurs”, uno studio sistemico della società francese post-napoleonica: un progetto che non è solo narrativo, ma quasi scientifico – un’“enciclopedia della vita sociale” organizzata per classi, tipi umani, destini. Come osserva Gerwin (2017), Balzac voleva analizzare come un medico, classificare come uno scienziato, contestualizzare come uno storico, ma scrivere sempre con “l’occhio appassionato del romanziere”.
La sua è una visione sistemica – quasi totalizzante – della realtà. E come tale, ogni aspetto della sua vita personale vi si inserisce: il denaro, l’amore, le relazioni sociali, le ambizioni fallite, le battaglie legali, le umiliazioni pubbliche, le vittorie letterarie. In una frase: la vita e l’arte si specchiano continuamente, fino a diventare indistinguibili.
2. Tra debiti e donne: il finanziamento dell’arte balzachiana
Si può creare arte senza soldi? O, meglio ancora: si può creare grande arte dentro e attraverso l’urgenza del denaro? Nel caso di Balzac, la risposta è inequivocabile. L’opera balzachiana nasce, cresce, si sviluppa sotto la costante pressione del bisogno economico. Scrivere, per lui, non fu mai soltanto un’attività intellettuale – fu una battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Come afferma con spietata lucidità Zola, “Balzac non chiede ai suoi libri solo il pane quotidiano; gli chiede di compensare le perdite subite nell’industria” (Zola, 1923, cit. in Gelmini, 2019).
Questa ossessione per il denaro – talvolta febbrile, talvolta tragicamente lucida – attraversa tutta la sua vita. Le lettere, testimonianza diretta della sua esistenza, documentano un rapporto irrequieto, spesso disperato, con le finanze: “sei mesi di duro lavoro e sarò libero”, scrive nell’agosto 1834; “un altro anno e sarò solvente” (ottobre 1835); “se tra un anno non ho risolto tutto, posso gettare la spugna” (giugno 1836). Ogni speranza è finanziaria, ogni obiettivo artistico è vincolato a una contingenza materiale. La letteratura è, per lui, creazione e riscatto insieme – bellezza, ma anche moneta.
Balzac scriveva per pagare debiti, ma accumulava nuovi debiti per scrivere. Il suo sistema finanziario personale era una macchina complessa, alimentata da anticipi su opere non ancora scritte, da diritti ceduti in anticipo, da ingaggi simultanei con editori concorrenti. La sua vita era un gioco d’azzardo costante, un’impresa a credito. Come ricorda Gelmini (2019), egli vendeva i diritti di romanzi ancora da immaginare – sottoponendosi così a un ritmo produttivo ossessivo e inumano.
A complicare ulteriormente la situazione, vi era la sua tendenza a modificare infinite volte i manoscritti: questa mania per le correzioni – che pure ha contribuito alla perfezione stilistica di molti testi – comportava costi altissimi di stampa, spesso superiori ai guadagni. Prima del 1842, gran parte dei suoi introiti letterari finiva così nelle tasche dei tipografi. Eppure, come vedremo, proprio in quell’anno Balzac firma il contratto più vantaggioso della sua carriera: l’edizione completa della Comédie humaine con Dubochet, Furne e Hetzel, che gli garantisce un anticipo di 15.000 franchi e una percentuale fissa dopo la quarantesima copia venduta.
Ma il punto cruciale, in questa alchimia di vita e finanza, è che Balzac non fu mai solo. Accanto a lui, sempre, vi fu una figura femminile – a volte un’amante, altre una mecenate, spesso entrambe le cose. Come afferma Zweig, “quando Balzac non sapeva più che fare, era invariabilmente una donna a salvarlo” (Zweig, 1920, cit. in Gelmini, 2019). La lista delle donne che hanno sostenuto moralmente, emotivamente – e finanziariamente – l’autore è lunga e variegata.
Madame de Berny fu la prima. Di ventidue anni più anziana di Balzac, lo sostenne nei primi anni di carriera, quando egli tentava, con disastrose conseguenze, la via dell’editoria e della tipografia. Balzac stesso le riconosce, in una lettera, di aver “tenuto la sua testa fuori dall’acqua grazie al suo incoraggiamento e ai suoi sacrifici”. Di lei si servì non solo come amante, ma anche come garanzia bancaria, come socia, come intermediaria: la vita personale e quella finanziaria si fondevano in un’unica, inestricabile trama.
Poi fu la volta di Zulma Carraud, amica intima e confidente intellettuale, con la quale intrattenne un carteggio lungo più di vent’anni. È a lei che Balzac deve uno dei suggerimenti più pratici – e sorprendenti – della sua carriera: la riduzione del patrimonio di Félix Grandet, personaggio di Eugénie Grandet, da 21 milioni a 11 (poi ritoccati a 19). Un’osservazione che mostra non solo il peso dell’interlocutrice, ma anche la serietà con cui Balzac accoglieva ogni input realistico – persino in economia narrativa.
Madame de Hanska, infine, fu la più celebre delle sue donne – e anche la più contraddittoria. Vedova polacca di nobili origini, conobbe Balzac nel 1833 e lo sposò nel 1850, poco prima della morte di lui. La loro relazione – tra lettere, attese, viaggi, ritardi e illusioni – è anche una storia finanziaria: nella speranza di diventare finalmente “ricco” tramite il matrimonio, Balzac investì somme enormi nella ristrutturazione della casa in rue Fortunée (oggi rue Balzac), accumulando ulteriori debiti. Gelmini (2019) ricorda, con ironia, che Balzac giunse a San Pietroburgo e si recò immediatamente alla casa dei Kutaisov, eredi milionari: “vi era un significato simbolico nel fatto che la via si chiamasse Grande Million”.
Accanto a queste, altre figure – come la Contessa Guidoboni Visconti – ebbero un ruolo determinante nel fornire sostegno materiale e logistico. La Contessa lo ingaggiò come agente economico per riscuotere crediti in Italia, riconoscendogli “energia e istinto imprenditoriale”, qualità che Balzac non riusciva a utilizzare in proprio ma che sapeva applicare per altri.
Che cosa emerge da tutto ciò? Che l’opera balzachiana è scritta a più mani, non nel senso letterale, ma nel senso esistenziale: ogni pagina è figlia del sostegno di qualcun altro, ogni romanzo è il prodotto non solo dell’ingegno, ma anche di relazioni – spesso femminili – che l’hanno reso possibile. In Balzac, l’artista è sempre anche debitore, e la creazione è un atto collettivo, intriso di relazioni, tensioni e necessità.
3. L’imprenditore fallito, il collezionista compulsivo: Balzac e il lato economico della creatività
Se la scrittura fu per Balzac il suo destino, l’imprenditoria fu il suo sogno – un sogno reiterato, inseguito, vissuto e, quasi sempre, miseramente fallito. Ma non è forse nel fallimento, come insegnano la tragedia classica e il realismo moderno, che si rivela la vera statura dell’uomo? Balzac fallì molte volte: come editore, come tipografo, come speculatore minerario, come commerciante d’arte. Ma ogni insuccesso lasciò traccia nella sua letteratura – anzi, possiamo dire che quei fallimenti furono la linfa, il laboratorio e il retrobottega della Comédie humaine.
Nel 1825-26 tentò la via della stampa. Dopo alcuni esperimenti editoriali (tra cui la pubblicazione delle Opere complete di Molière e La Fontaine), decise di aprire una tipografia propria, affittando un laboratorio e acquistando macchinari a caro prezzo. Secondo Gelmini (2019), l’investimento fu di 70.000 franchi – una somma ingente, prestata dal padre e da altri parenti. Ma Balzac, entusiasta e ingenuo, non aveva le doti minime del buon imprenditore: non delegava, non si affidava a esperti, trattava i fornitori con supponenza e i collaboratori con scarsa fiducia.
Zweig lo descrive come un uomo “che non possedeva affatto capacità imprenditoriali se non sulla carta” – le sue intuizioni erano geniali, ma l’organizzazione disastrosa. Tentò persino di fondare una fonderia di caratteri tipografici, coinvolgendo Madame de Berny come garante e socia. Ma tutto si risolse in un disastro: la tipografia fu venduta, i debiti rimasero. Eppure – ecco la trasfigurazione artistica – proprio da quell’esperienza nasce, anni dopo, Illusions perdues, uno dei suoi capolavori. Il personaggio di Dauriat, editore cinico e calcolatore, è chiaramente ispirato alla sua esperienza tra gli stampatori e i giornalisti.
Ma Balzac non si fermò. Negli anni ’30 tentò di arricchirsi con la speculazione mineraria. Studiando Tacito, si convinse che i Romani avevano estratto male l’argento in Sardegna e che nei detriti delle miniere ci fossero ancora metalli preziosi. Partì da Marsiglia su un’imbarcazione di pescatori, affrontò un viaggio disagevole e giunse infine a Cagliari – solo per scoprire che il suo progetto era stato già anticipato da altri, e che le concessioni erano ormai state assegnate. Ancora una volta: un’idea brillante, ma mossa tardi e male.
Questa parabola è paradigmatica: il genio vede prima, ma agisce dopo; intuisce, ma non realizza. Come scrive lo stesso Balzac in una lettera del 1843 a Madame de Hanska: “se negli ultimi dieci anni fossi stato un droghiere, ora sarei milionario”. L’intelligenza non bastava, servivano metodo, costanza, alleanze – tutte qualità che l’uomo Balzac non possedeva. Così, ogni impresa diventava uno specchio rotto della sua ambizione: frammenti splendenti, ma inconcludenti.
Un altro canale di investimento fu l’arte. Negli anni ’40 Balzac si trasformò in collezionista compulsivo. Complice l’influenza di Madame de Hanska e l’ossessione per la futura casa coniugale, iniziò ad acquistare mobili, quadri, porcellane, bronzi, vetri e stoffe, accumulando oggetti con una voracità degna di un principe rinascimentale. Gelmini (2019) descrive un inventario minuzioso: 10 orologi, 12 candelabri, 36 vasi, 1500 franchi in specchi, 3000 chili di bronzo dorato. Ma il più straordinario era forse il salone dorato, decorato come una galleria reale, che doveva accogliere il ritorno della contessa da San Pietroburgo.
Il problema? I debiti. Come sempre, Balzac spendeva ciò che non aveva, rincorrendo un ideale di bellezza e stabilità che gli sfuggiva ogni volta che cercava di fissarlo. Madame de Hanska lo rimprovera in una lettera del 1848 per aver speso 100.000 franchi in tre anni per mobili e oggetti di lusso. L’autore risponde con ironia e disperazione: “dovrò scrivere romanzi gargantueschi e mangiare pane all’aglio come gli ebrei” (cit. in Robb, 1994, in Gelmini, 2019).
Eppure, anche qui, la vita genera arte. Il protagonista di Le Cousin Pons (1847), musicista povero e collezionista ossessivo, è il doppio narrativo di Balzac: ama più i suoi oggetti che gli esseri umani, accumula bellezza per difendersi dalla bruttezza del mondo. Il collezionista diventa, in questa prospettiva, una figura tragica: non solo cerca di possedere, ma di essere posseduto da ciò che ama – fino alla rovina.
Balzac collezionista è anche Balzac sistematico: raccoglie per comprendere, cataloga per dominare. Come nota Robb (1994), “la scienza, per Balzac, è una forma glorificata di catalogazione”. E se ogni oggetto ha un valore, ogni personaggio ha un prezzo. In questo senso, la Comédie humaine è anch’essa una collezione – di tipi sociali, di manie, di destini. E il suo autore, pur fallendo nei mercati reali, costruisce l’unico mercato che conta davvero: quello della narrazione, in cui la merce è l’anima umana.
4. Sistema e struttura: come la vita di Balzac si specchia nella Comédie humaine
“La vita è un sistema. Il romanzo è un sistema. Il denaro è un sistema.” – se Balzac non l’ha mai detto con queste esatte parole, di certo lo ha scritto con i fatti. La sua Comédie humaine non è solo una raccolta di romanzi, novelle e studi sociali: è una costruzione architettonica, una cattedrale narrativa eretta sopra la quotidianità. E al centro, come una forza gravitazionale ineluttabile, si trova sempre lui: il denaro.
Ma perché parlare di “sistema”? Perché, come sottolinea Gelmini (2019), l’universo balzachiano è “presumibilmente il più articolato e potente sistema letterario mai creato”, aperto, dinamico, interconnesso. Esso segue una logica simile ai sistemi d’impresa: ha cicli, input, output, connessioni con l’ambiente esterno, risorse interne ed esterne. E soprattutto ha una struttura “sociale”: rappresenta cioè rapporti, classi, dinamiche economiche e morali.
Nel cuore di questo sistema pulsa un’ossessione: il denaro. “Money and power are the central protagonists of La Comédie humaine” (Gelmini, 2019). E non a caso Thomas Piketty, nel suo celebre Le capital au XXIe siècle, cita Balzac tre volte più di Karl Marx. Perché? Perché Balzac, nel suo realismo implacabile, ha saputo mostrare come il capitale – e non solo quello economico – regoli ogni scambio umano: amore, status, giustizia, onore, destino.
In Eugénie Grandet (1833), la protagonista dona i suoi risparmi d’oro al cugino Charles, per poi essere rinnegata da lui in favore di un matrimonio d’interesse. In Le Père Goriot (1835), un padre distrugge sé stesso per amore delle figlie, che lo tradiscono per salire la scala sociale. In La Maison Nucingen (1838), la speculazione finanziaria diventa un’arte della manipolazione morale. Ogni relazione è contaminata dal valore: tutto è convertibile in franchi.
Ma questa visione non è cinica – è lucida. Balzac non celebra il capitalismo; lo rivela. E lo fa con uno sguardo bifronte: affascinato dalla forza del denaro, ma disgustato dalla sua capacità di corrompere. Nei suoi romanzi non c’è solo la cronaca dell’arricchimento, ma anche quella del fallimento, della bancarotta, del disonore. Figure come Félix Grandet, che costruisce il suo impero sull’usura e la frode ereditaria, o come César Birotteau, onesto commerciante rovinato dalla sua stessa ambizione, mostrano due facce della stessa medaglia.
Ecco dunque il punto centrale: in Balzac, non si può distinguere tra vita e letteratura. Le esperienze dell’uomo – i fallimenti, i successi, i debiti, le relazioni – diventano materiali narrativi. E, viceversa, la sua scrittura diventa uno strumento per analizzare, comprendere, forse dominare quella realtà che tanto spesso gli sfuggiva tra le dita.
Il sistema balzachiano è anche un sistema di personaggi. Ne La Comédie humaine ritornano più di 500 figure – avvocati, banchieri, artisti, prostitute, nobili decaduti, speculatori, poeti – che si muovono da un romanzo all’altro, creando un universo coerente. Questo meccanismo – antesignano del concetto moderno di “franchise narrativa” – non è solo un espediente strutturale, ma un dispositivo ideologico. Dimostra che la società non è fatta di individui isolati, ma di reti: di cause e conseguenze, di debiti morali e materiali, di gesti che si ripercuotono a distanza di anni e pagine.
Ancora una volta, la vita di Balzac riecheggia in questa scelta. Come osserva Gerschenkron (1978), il vero errore dell’autore fu non comprendere l’importanza dell’orizzonte temporale negli affari: “tutte le sue strategie di arricchimento si basavano su scorciatoie, stratagemmi, soluzioni immediate – mai su investimenti a lungo termine”. Lo stesso accade a molti suoi personaggi, intrappolati nella morsa del presente, incapaci di proiettarsi nel futuro.
Eppure, proprio questa miopia – questa incapacità di pianificare come un imprenditore “vero” – rende la sua visione così moderna, così umana. In un’epoca di transizione, in cui la nobiltà crollava e la borghesia si affermava, Balzac fu il primo a intuire che il valore, nel nuovo ordine, non era più spirituale o nobiliare, ma economico. E tuttavia, fu anche il primo a soffrire per questo cambiamento, a cercare invano un’alternativa etica, a rimpiangere un tempo in cui l’arte non aveva bisogno del credito.
Nel suo ultimo capolavoro incompiuto, Les Paysans, il denaro assume quasi una forma metafisica: è ovunque, muove tutto, ma non ha volto. È sistema, appunto. E Balzac, in fondo, lo sapeva: non è l’uomo che possiede il denaro – è il denaro che possiede l’uomo.
Conclusione e bibliografia
Honoré de Balzac ha costruito con la sua esistenza un’opera narrativa vivente. Le sue imprese, i suoi fallimenti, le sue passioni, sono diventati trama. La sua opera, a sua volta, ha cercato di ordinare quel caos, di dargli forma, peso, valore. La Comédie humaine non è solo il grande affresco della società francese dell’Ottocento; è anche l’autoritratto di un uomo in lotta con il suo tempo – e con sé stesso.
Riferimento bibliografico:
Gelmini, L. (2019). Balzac: An Artist and an Entrepreneur. Asian Journal of Social Science Studies, 4(1).

